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Queste voci dalla prigione mi hanno aiutato a conoscere un po’ meglio le cose

«Queste voci dalla prigione mi hanno aiutato a conoscere un po’ meglio le cose»
di Fabio Pierangeli
Ogni ipotesi legislativa in funzione di una società più giusta deve riflettere, per poter intervenire efficacemente in un’opera di riforma, sulle istituzioni detentive e sul sistema penitenziario nel suo complesso. Con una attenzione costante agli uomini e alle donne che vi operano, dalle persone detenute, agli agenti della polizia penitenziaria, al direttivo, agli educatori e ai volontari, in linea con la prassi amministrativa di alcuni Istituti Penitenziari tende a rendere protagonista della propria rieducazione il condannato «che deve riappropriarsi in maniera consapevole dei valori di legalità attraverso una progressiva responsabilizzazione».
Una ipotesi che si scontra con diffidenze, inciampi burocratici, sovraffollamento da una parte, mancanza di personale specializzato dall’altra che grippano i  meccanismi di un girone che quotidianamente rischia di trasformarsi, o rimanere, quell’inferno dove il crimine (e la recidiva, ovvero la reiterazione dei crimini dopo un periodo di detenzione) prospera e si alimenta.
 In qualità di tutor responsabile per la Macroarea di Lettere e Filosofia del progetto di studio universitario nella Casa Circondariale di Rebibbia, in convenzione con l’Università di Roma Tor Vergata, ho potuto verificare personalmente la complessità del rapporto tra l’arte, la letteratura, lo studio, a tutti i livelli di istruzione nella realtà detentiva.
Certamente un notevole aiuto ad un percorso di ripresa della dignità umana (molto spesso intrapreso per dare l’esempio ai propri figli e nipoti di una vita diversa da quella criminale) capace di portare con sé una maggiore coscienza della propria condizione, sia nella disgrazia di aver scelto la via criminale, sia per l’assurdità, magari dopo venti o trent’anni di carcere, di essere giudicato ancora soltanto per i reati commessi.”
Da questa esperienza nasce la collana, Il vagabondo delle stelle, da me diretta per Universitalia editore che richiama all’attualità di questi interrogativi.
Il titolo del primo volume riprende la suggestiva espressione del poeta brasiliano Marco Lucchesi: Afferrare le redini di una vita nuova. Lucchesi allude alla sua esperienza nelle carceri brasiliane e in particolare al rapporto epistolare, estremamente formativo per entrambi, con un detenuto[1].

«Ho imparato molte cose durante la corrispondenza bisestile che ho avuto con più di un prigioniero, di cui non ho mai conosciuto il viso e la pena. Un piccolo gruppo di lettere riunito per mera affinità letteraria sulla passione di leggere e una specie di etica del lettore a volte un po’ ingenua, ma quasi sempre affascinante. Molto di quello che si è perso nella Facoltà di Lettere, prospera in alcune delle nostre prigioni. Una consegna totale e quasi disperata al libro. Una scommessa di sogno e libertà.  Un’altra vita che può risorgere».

Aggiungendo alla fine del suo intervento: «Queste voci dalla prigione mi hanno aiutato a conoscere un po’ meglio le cose. E sono d’accordo con uno di loro, quando mi dice che la letteratura è sorella gemella della libertà».
Così il valore della lettura, del libro, dello studio è per moltissimi un autentico cambiamento di vita, accompagnato, elemento fondamentale, da una persona che porta la letteratura in carcere quale corpo vivo soprattutto nel modo con cui si occupa lo spazio e il tempo quotidiano del carcere, nei rapporti interpersonali con gli altri detenuti.
Come testimoniato dall’intervento di Juan Bonetti:

«Anche se la cultura rappresenta la strada più sicura verso il traguardo del cambiamento, la stessa da sola non basta perché l’individuo ha bisogno di essere accompagnato quando crede di essere solo, di essere aiutato quando sente di non farcela, di una guida quando pensa di essersi smarrito, ha bisogno di persone qualificate con cui instaurare rapporti umani qualitativi e non quantitativi, l’individuo ha bisogno di modelli concreti tanto quanto di concetti astratti».

Sono gli auspici del Tavolo 9 (Cultura e Sport in carcere) dei lavori degli Stati Generali delle Riforma Penale, conclusi nel dicembre del 2015, alla presenza del Capo dello Stato e del Ministro della Giustizia proprio nel teatro della Casa Circondariale di Rebibbia.
Gli esperti radunati dal Ministro della Giustizia, con la Presidenza del Prof. Mauro Palma, Garante Nazionale dei Diritti dei Detenuti, hanno posto l’accento sul valore che la cultura e l’offerta di istruzione e di possibilità di espressione di vario tipo hanno all’interno del percorso di rieducazione sociale del detenuto per la costruzione di una diversa opportunità individuale nel suo ritorno alla quotidianità esterna. Individuando alcune eccellenze tra i numerosi poli universitari in carcere presenti sul territorio italiano.
La discussione dei tre diversi aspetti (cultura, istruzione, attività artistiche) ha individuato elementi comuni d’interpretazione riassumibili innanzitutto nel ridare significato al tempo dell’esecuzione penale, togliendo a esso la connotazione di tempo sottratto all’esperienza vitale e dotandolo invece della connotazione di tempo di opportunità per un ritrovamento personale. Da qui la necessità di dare al soggetto detenuto la responsabilità di scegliere la propria costruzione di un percorso esercitando nei suoi confronti una funzione di orientamento e, se necessario, di controllo, ma non privandolo della possibilità di scelta.
Per chi ha la prospettiva di uscire dal carcere in un periodo relativamente breve, istruito, magari avendo discusso una brillante tesi universitaria, si pone, dunque, il problema di come utilizzare il bagaglio culturale acquisito dentro le sbarre nel momento del difficile (se non drammatico) reinserimento nella società.
Le persone detenute del gruppo universitario di Tor Vergata (come molti altri) lo chiedono con insistenza, organizzando convegni e portando proposte concrete. Sfondando muri con l’esaltante (umanamente) costruzione di un pezzo di società dell’utopia, giorno per giorno.
Come nel progetto formulato dagli studenti della sezione G12 Alta Sicurezza, Adotta un detenuto e non te ne pentirai, ideato per le persone che inizieranno a usufruire dei benefici penitenziari o vicini alla uscita definitiva, rivolgendosi  a «tutti coloro che credono nella speranza come in qualcosa di concreto e umanamente nobile e che hanno risorse sociali economiche intellettuali relazionali in esubero o che sono in condizioni di poterle reperire». Un appello a persone di buona volontà, affinché si rendano intermediari nella ricerca del lavoro e della casa per la persona in regime di semilibertà o in uscita, con l’obiettivo di ridare fiducia alla persona adottata. Basata sul valore, anche filosofico, della ospitalità, del riconoscimento dell’altro.
Dietro l’idea, che sarà lanciata nell’ultima parte dell’anno 2016, c’è una esperienza carceraria lunghissima e diversificata, accompagnata dalla passione per l’arte (pittura e teatro in particolare) dallo studio (per alcuni il percorso universitario per ottenere una seconda laurea) che ha fornito la volontà di non rassegnarsi, di sconfinare nel territorio dell’utopia, quello del riconoscimento totale del percorso intrapreso. Come scrive Francesco Occhetta nel suo libro La giustizia capovolta su questa processo deve innestarsi il riconoscimento del male provocato alle “vittime” del reato che dovrebbe sfociare in gesti concreti di avvicinamento.
Nel suo volume Occhetta indica degli esempi concreti, toccanti di gesti di riconciliazione.
Due utopie distanti che si toccano, inferni che si aprono a spazi di umanità.
Così l’immagine del documento Adotta un carcerato e non te ne pentirai acquista ancora più valore:

L’idea nasce dalla convinzione che ci sia bisogno di apportare motivazioni umane nuove nel rapporto tra chi sta scontando una pena in carcere e tutti gli uomini e le donne di buona volontà.
[…]
L’immagine che ci allieta è quella di una Cultura dalla fisionomia spiccatamente umana: due grandissime braccia aperte, due occhi che sanno vedere e una testa che sia prima di tutto tollerante e in grado di concepire la punizione del reo non in termini assoluti.
Chi di noi ha sbagliato è qui e aspetta fiducioso che qualcuno si farà avanti, nonostante tutto.

[1]     Marco Lucchesi, La letteratura sorella gemella della libertà, in Afferrare le redini di una vita nuova, a cura di Fabio Pierangeli, Universitalia, Roma, 2014, p.16.